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Le priorità del Triennio PDF Stampa E-mail
Scritto da Angiolo Boncompagni   
Mercoledì 15 Ottobre 2008 09:19

“Chiamati ad essere santi insieme” ( 1 Cor 1,2)

1Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene,  2alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.

Santità, cura educativa, passione per il bene comune
Il cammino triennale della nostra Associazione prevede di rivolgere l’attenzione ai tre temi sopra menzionati, sulla scia di quanto detto da Benedetto XVI, al termine dell’Assemblea Nazionale lo scorso 4 maggio, il quale ha richiamato l’AC alla coerenza con la propria vocazione alla santità. Senza dimenticare che l’emergenza educativa è il tema del decennio della CEI e per quest’anno anche della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e che la passione per il bene comune esprime bene la passione missionaria dell’AC.

Per ciascuno degli argomenti è previsto un approccio graduale e progressivo che passa attraverso la riflessione sul volto (educare alla fede), sulla casa (educare all’incontro e al dialogo), e sulla piazza (educare alla responsabilità). E ricalca il triplice mandato assegnato da Giovanni Paolo II all’AC a Loreto nel 2004: contemplazione, comunione, missione.

 

Primo anno (2008-2009) santità

L’accento è posto sul primato della fede e sulla vita quotidiana come via alla santità.

Centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa: il riferimento annuale è la professione di fede di Pietro: E voi chi dite che io sia? (Mc 8, 27-36)

Non interessa la santità come culto umano dei santi, quello che ci viene contestato dai protestanti; la santità è la sequela di Cristo nella Chiesa, con “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore’’. La sequela quindi non si esercita da soli, ma esige una dimensione comunitaria, una vita di relazione con coloro che ‘fanno la volontà del padre celeste’. La Chiesa perciò, prima che un’organizzazione canonica, è anzitutto una realtà spirituale, è la ‘comunione dei santi in Cristo’, che condividiamo con i vivi e i defunti.

La vita cristiana corre il rischio di subire numerose schizofrenie. E’ infatti possibile un consumismo del sacro, che implica la partecipazione domenicale alla messa e alla vita comunitaria e poi, secondo la regola del politically correct, l’esclusione della fede dalle scelte della vita lavorativa, familiare e culturale. In questi ambiti anche per molti cristiani è quasi d’obbligo seguire le regole del modello dominante. In altri casi, la religiosità è di tipo devozionista, si limita alla partecipazione intensa e sincera a gruppi di preghiera, ma anche qui la vita quotidiana ne rimane esclusa. Talora c’è anche una tentazione politico-affaristica di apparati anche di matrice cattolica deve giocoforza sottostare alle regole clientelari del sistema, escludendo qualsiasi forma di testimonianza profetica. Non aiuta la mancanza di riferimenti politici significativi di matrice cristiana, che costringono ad improbabili alleanze trono/altare di tipo verticistico e di scarsa incidenza nella formazione delle coscienze individuali.

Il contesto di riferimento stimola dunque fortemente ad una prioritaria riscoperta della propria vocazione personale e comunitaria. Si tratta di rimettersi in gioco in un cammino di introspezione, di analisi di se stessi come persona e, e quindi anche come associazione che vive in concreto nella Chiesa locale, per verificare la coerenza del cammino, secondo lo schema francescano: ‘chi sei tu e chi sono io?’.

 

Un’appartenenza ecclesiale senza riserve, per vivere la responsabilità della testimonianza nel chiaroscuro della storia

L’AC, in questo contesto critico e confuso di una storia sempre in transizione e ‘sull’orlo di una crisi di nervi’ è chiamata in particolare, in questo anno della santità, a uscire come Abramo dalla propria terra, fatta di organizzazione di singole iniziative, per riscoprire al proprio interno il senso stesso della propria vocazione e missione associativa.

L’AC è una realtà concreta di comunione dei santi in Cristo, che esprime la vocazione di tutto il genere umano alla santità, perciò essa è per definizione aperta a chiunque desideri seguire il Signore. Per sua natura, l’AC non può mai essere né autoreferenziale né iniziatica; rifugge una dimensione esclusivamente umana, antropologica, e si nutre dei frutti dello Spirito.

Quale la caratteristica dell’AC, oggi, che la rende ancora utile se non indispensabile in un universo ecclesiale non più monopolista ma fortunatamente ricco, multiforme, talvolta anzi pulviscolare? Più in concreto: qual è la vocazione dell’AC aretina, nella realtà concreta della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, nel radicamento di un mondo economico, culturale, ambientale con caratteristiche di unicità eppure anch’esso chiamato per intero alla santità ‘insieme’?

La domanda si estende poi più intimamente alle scelte personali: sono cosciente di cosa significhi un’appartenenza associativa? Che rapporto ho con la chiesa, me ne ritengo ‘membro vivo’, soggetto attivo titolare di una ministerialità autonoma che scaturisce dal battesimo, oppure c’è il rischio di complessi di inferiorità verso una gerarchia che talvolta è vista come un ostacolo  inutile alla realizzazione del regno di Dio (‘Cristo si, chiesa no’)?

Anche la risposta a questa domanda è importante. Le note caratteristiche del documento conciliare Apostolicam Actuositatem  n. 20 sono molto chiare su cosa sia AC e cosa significhi aderirvi:

  1. condivisione del fine apostolico generale della chiesa;
  2. diretta responsabilità dei laici;
  3. unitarietà (sia tra generazioni che nel territorio);
  4. collaborazione con i pastori.

Se uno ha riserve nei confronti della chiesa come istituzione, forse dovrà rivedere anche l’opportunità di aderire all’AC, anche se questo non ha nulla a che vedere con una diritto alla lettura critica che i figli hanno di comportamenti e scelte particolari dei padri. Dunque, non basta perseguire lo scopo di un mondo migliore, desiderare la pace, il disarmo e la giustizia e magari impegnarsi per questi ideali per essere cristiani: la vita cristiana è anzitutto vita di fede, rapporto spirituale di sequela di Gesù Cristo, e solo da questo scaturiscono quelle opere che della fede sono conseguenza e testimonianza. Alla richiesta« "Che cosa dobbiamo fare per compiere la volontà di Dio?” Gesù rispose: “Questa è la volontà di Dio: credere in colui che egli ha mandato." »   (Gv 6,28-29)

Cristo non è infatti uno sfondo moraleggiante su cui collocare la nostra esistenza quotidiana nelle sue varie sfaccettature relazionali,  ma è  ‘la vita’ stessa. L’aderente di AC, specie se adulto, sia pure senza fanatismi o integralismi, questa scelta l’ha già compiuta.  L’AC privilegia perciò  la diimensione spirituale come primo gradino, acnhe in senso logico, della vita cristiana, senza che ciò implichi estraniazione dal mondo o da un impegno temporale coerente. In tal senso, la mai troppo compresa ‘scelta religiosa’ dell’AC del dopo Concilio, intende riaffermare il primato dell’essere sul fare, della dimensione temporale su quella dell’impegno, che da essa scaturisce, e di certo non esclude la seconda. La vita spirituale, perciò, è il fondamento stesso della missione propria dei laici ad ‘ordinare le cose del mondo secondo Dio’ (Lumen Gentium 33).

Tags: Adulti
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Ottobre 2008 09:32
 
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